sabato, marzo 29, 2008

Io sono qui...


... e voi dove siete? Provate il test qui

mercoledì, marzo 26, 2008

Sì viaggiare

Eccomi di ritorno da questo miniviaggio pasquale. Partire è un po' morire, disse un giorno qualcuno. Ma forse si muore quando si perde una parte di sè che si rinnova, si trasforma, si mette in gioco per ogni chilometro percorso. Io sono un'abitudinaria, come già avevo scritto. E l'adattamento non sta proprio nelle mie corde, però ogni tanto fa bene cambiare.

C'è da dire che le circostanze non sono state a nostro favore: il tempo piovoso e freddo a rischio di neve, l'albergo in ristrutturazione, parcheggi impossibili. Però c'era la curiosità, la voglia di nuovo, e soprattutto l'amore che faceva di noi una corazza. Si stava bene comunque, anche chiusi in una camera di un hotel che prometteva 4 stelle e ne manteneva 2, anche dopo ore e ore di passeggiata col vento freddo e i goccioloni d'acqua a inzupparci le emozioni, anche senza parlare. Si stava bene perchè eravamo noi.

Firenze è pulita, educata, severa senza farsi del male. Il toscano non è come il romano, non ti vuole fregare a tutti i costi, è gentile, ama parlare, è orgoglioso della sua città e pretende quello che dà. Si respira giustizia, quella giustizia che si fatica a ricordare quando nessuno la esige nè la offre.

I colli fiesolani sanno di storia, di Dante, di Sallustio, di Foscolo, sanno di una quiete seppellita e conservata, di vecchi in bicicletta e di chi si accontenta senza rinuncia, chè è la cosa più difficile di tutte. A Fiesole il sole è mancato, come un accento al posto giusto, come la carezza dopo una giornata difficile, come la primavera dopo l'autunno. Il verde dei cipressi, alti e ordinati come soldati, mancava della sua vera luce. Quando usciva quel piccolo raggio sapeva trasformare le cose, renderle più uguali a loro stesse. Quel piccolo raggio sapeva di una promessa attesa da tanto.

Qualcosa di noi è rimasto a Fiesole, qualcosa che cerca ancora una risposta. Ma, come disse qualcuno, non è la risposta ciò che importa, è la domanda. E quella domanda io ancora la cerco, seppellita in ricordi che già vanno sbiadendosi, rovinata da qualche paura, ricucita da una presenza nuova che non ero abituata a sentire ma che è come se conoscessi da sempre.


P.S. Nella prima foto, io e l'Arno che ci scambiamo un sorriso. Nella seconda foto, parte del Kaikan buddista di Sesto Fiorentino.

P.P.S. Angelo che fine ha fatto il tuo blog? Mica te ne andrai così, senza dire nulla...perchè i miei blogger preferiti svaniscono subito dopo che io sono contenta di averli scoperti?

P.P.P.S On air Emozioni, Lucio Battisti

giovedì, marzo 20, 2008

BUONA PASQUA!

Buona Pasqua a tutti e mi raccomando mangiate tanta cioccolata!
Io me ne vado tra i colli fiesolani in buona compagnia. E speriamo di non fare la fine dell'agnello!

domenica, marzo 16, 2008

Tricarico - Vita Tranquilla

IO AMO QUEST'UOMO.

martedì, marzo 11, 2008

Lo spazio bianco


Ho da poco finito di leggere "Lo spazio bianco", Einaudi, il primo romanzo di Valeria Parrella, scrittrice napoletana rivelazione degli ultimi anni che prima di esso aveva pubblicato solo libri di racconti con la Minimum Fax e la Bompiani.
Mi aspettavo che prima o poi l'Einaudi l'avrebbe adocchiata: è un vero talento letterario, capace di esprimere in una maniera nuova eppure vecchissima una Napoli che è sempre la stessa, disadattata, disperata, ai margini, e che pure in quella disperazione trova la vita, pulsante, generosa, vera. Il suo è uno stile personalissimo, originale, da cui traspare in uno strano connubio sia l'amore per i classici (è laureata in lettere antiche) sia quello per una città che è dialetto, arte dell'arrangiarsi, illegalità, il tutto in una mescolanza dal sapore sconosciuto ma buono, in cui ogni parola è suono dell'anima.

Lo spazio bianco è la storia di un'attesa. L'attesa di una madre che partorisce sua figlia prematura, una figlia che "potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?"
Quel "lei lo sa?" riecheggia per tutto il romanzo come un monito, come il filo a cui è sospesa ogni speranza, come una minaccia, come una domanda senza senso posta da un uomo, un medico, incapace di comprenderne tutto l'orrore e la profondità. Una domanda profonda fatta da una persona superficiale, e per questo lacerante, terribile, capace di uccidere o di vivificare.
E' vero che spesso una domanda e la risposta che ne consegue può essere discriminante di vita e di morte. E' vero che la vita è impermanente e basta un attimo perchè la più grande gioia, quella di una nascita, si trasformi nel più grande dei dolori.

Ma soprattutto è vero che dopo la drammatica rapidità dell'istante esiste un tempo diverso, dilatato e fermo: quello dell'attesa. "Io non sono buona ad aspettare,- dice Maria, la protagonista.- Non sento curiosità nel dubbio, nè fascino nella speranza. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita".

E' una grande tiranna l'attesa: illude, promette, o al contrario distrugge la speranza. Spesso riesce a fare entrambe le cose, sovrapponendo liberazione e condanna, fiducia e rassegnazione. E quasi sempre ci costringe a delegare una responsabilità che dovrebbe essere soltanto nostra, perchè crediamo di non avere i mezzi, perchè è difficile pensarsi liberi, perchè troppo spesso il dolore annienta e non illumina.

Ma questo libro è anche un riflettore puntato contro l'ipocrisia di chi "difende la vita a tutti i costi", e non sa nemmeno cosa significhi vivere; contro chi si aspetta che un "lei lo sa?" basti a placare il dolore dell'assurdo, dell'inspiegabile, del senza senso. Contro chi si accontenta di ritagliarsi un posticino in un angolo illudendosi che da quella visuale si possa vedere la vita per come è nel suo cuore pulsante.

Ed è ancora la voce di una Napoli clandestina, immigrata in sè stessa, un'isola di non-Italia nell'Italia; come se non esistesse altra normalità se non nel "fuori dalle righe", nella difficoltà, nel "tirare a campare" di ognuno dei personaggi, dal camionista grande e grosso che va alla scuola serale all'insegnante che ci lavora per necessità, per non affogare in quell'enorme spazio bianco in cui la sua vita è catapultata all'improvviso, "di quando in un momento, nella vita, sbuca una cosa inaspettata e piena e tua".

martedì, marzo 04, 2008

Un esame di soglia, un libro che cresce, una canzone bella

E' un bel po' che non scrivo su questo blog, ma è stato un periodo pieno. Faticoso e denso di impegni, ma appagante e liberatorio.
Innanzitutto ho trovato il coraggio di fare una cosa che sono più di otto anni che tento di fare, senza mai tentare veramente. Ho dato un esame all'università. Il penultimo esame prima della laurea.

A 23 anni, dopo aver sostenuto 19 esami tutti d'un fiato, uno più pesante dell'altro con la media del 29 in una facoltà come Filologia Classica, arrivata a intravedere la meta avevo mollato tutto. Non rimpiango la mia scelta, non avrei potuto prendere una decisione più giusta per me e per la mia vita. So che è stato bene così. Non ho voglia di spiegare i motivi di questo strano comportamento, ma credo che voi possiate intuirli se avete imparato a conoscermi un po'.

Ma sapevo anche che il giorno in cui avrei rotto l'incantesimo, quando avessi avuto il coraggio di ricominciare, di varcare di nuovo quelle mura angoscianti, sarebbe stato di quelli risolutivi, titanici, fondamentali, che rimangono incisi sulla pelle come un tatuaggio.

Insomma, ho fatto un esame che ne vale mille, ho pubblicato un libro. Posso godermi un po' di serenità, come non succedeva da tanto.

Vi ringrazio molto per il vostro entusiasmo verso il mio libro, alcuni di voi già l'hanno comprato e letto, e ho ricevuto finora soltanto critiche positive. La cosa che più mi ha colpito è che ho ricevuto più gratificazioni e interesse verso il mio libro da voi che da persone che conosco da una vita. Qualcuno ha completamente ignorato l'evento come se non fosse mai accaduto, senza dargli alcuna consistenza, credo proprio per ignorare il mio cambiamento e tentare di ricacciarmi nell'ombra da cui sono finalmente uscita. Non so quale sia il motivo che spinge la gente all'indifferenza e allo sprezzo, ma per me è stata una buona cartina di tornasole: ho fatto tante volte terra bruciata intorno a me, evidentemente c'è bisogno di eliminare qualche altro parassita. Se ci voleva questo per capirlo, bene, l'ho capito.

E siccome mi piace chiudere in bellezza, vi lascio con questa splendida canzone di Max Gazzè che, insieme a Cammariere e pochi altri ha impedito al Festival di cadere troppo in basso. Per fortuna esistono le cose belle e non smetteranno mai di esserci: anche se qualcuno lo desiderasse con tutto il cuore, la bellezza non finirà mai.


P.S. Il sito Daniela Guida è stato finalmente aggiornato, ora è possibile comprare il libro online, con dedica per chi fosse interessato!