
Ognuno nella vita ha una condanna. C'è ad esempio chi soffre sempre per amore, chi ha problemi economici, chi non riesce a trovare buoni amici. Ci sono condanne e condanne, di vari livelli come i gironi danteschi.
La mia condanna, una delle più persistenti in verità, nacque quand'ero bambina, il primo giorno di scuola, durante l'appello. La maestra ci chiamava con nome e cognome, imparando a conoscerci un po'. A sei anni è normale venire apostrofati col diminutivo, tuttavia ricordo bene che gli altri bambini erano Giulia, Sonia, Marco, Stefano, Federica. Io ero Danielina.
Nulla di male, tuttavia. Ero la più bassa e la più magra della classe, una ranocchietta: il diminutivo ci stava tutto. Nonostante ciò, mi sentii fremere dentro, una punta di indignazione alla quale non davo ancora un nome.
Nei 5 anni successivi le cose non cambiarono molto, e arrivai alla soglia degli undici anni con questo marchio impresso a fuoco sulla pelle. Sì, perchè io soffrivo di quel diminutivo. Pur senza averne coscienza, sentivo che mi relegava nel novero di un'esistenza a metà.
"Danielina" portava con sè la mia più grande paura, e il mio più grande problema: nessuno mi notava, la mia presenza era tutto fuorchè ingombrante, il mio ruolo, al massimo del suo concesso, poteva essere solo quello di spalla. Non esistevo, al di fuori di me stessa non ero nulla. Ma la mia interiorità era un gigante, motivo di più per voler mostrarsi. Se fossi stata alla pari del mio corpicino, se quello mi fosse bastato, forse non avrei avuto tanto astio dentro. Ma io urlavo per uscire, e non potevo farlo, perchè ero sempre e soltanto Danielina.
Andai alle medie e la situazione peggiorò. Ebbi la sfortuna di trovare un professore di educazione tecnica bello, simpatico, intelligente e brillante, di cui mi innamorai all'istante; lui, che forse aveva percepito la mia adorazione per lui, la ricambiava, ma come un padre vuole bene alla propria figlioletta. Non era quello che volevo, ma lui non lo sapeva: mi prendeva in braccio, mi cullava, mi riempiva di baci paterni. Stessa cosa accadde col mio compagno di banco, per cui presi una cotta spaventosa: nessuno poteva vedere in me qualcosa di diverso dalla Danielina che sembravo.
Negli stessi anni ebbi la malaugurata idea di iscrivermi a un corso di danza classica: lì nessuno mi conosceva, non avevo un retaggio che mi pesasse sulle spalle. Potevo essere chiunque.
Ma una condanna è una condanna: sin dalla prima lezione, l'insegnante mi apostrofò con l'odiato diminutivo, a cui nessuno, e dico NESSUNO, osò ribellarsi, tantomeno io: la mia sofferenza me la portavo nelle viscere, dall'esterno non traspariva nulla.
Per la cronaca dopo dieci anni ritornai a iscrivermi lì, con la stessa insegnante: appena mi vide mi riconobbe subito, mi abbracciò, e mi chiamò Danielina. A 10 come a 20 anni non c'era alcuna differenza.
Anche l'estate, quando andavo in vacanza, il gruppo di amici nel quale cominciavo a integrarmi non ebbe molta fantasia. Non c'erano alternative? Nessuno mi chiamò mai in modo diverso. Quando poi capitava malauguratamente che ci fosse nel gruppo un'altra Daniela, non c'erano mai dubbi su chi fosse Daniela e chi Danielina. Cominciai a maledire i miei genitori per avermi affibbiato quel nome così facile ad essere stravolto. Ma la colpa non era la loro.
Arrivò il liceo e almeno lì i professori mi chiamavano per cognome. Altra cosa che odiavo, ma potevo lasciare spazio al dubbio. Mi cullai nell'illusione per qualche mese, fino a quando il prof. di storia, fighetto lampadato e rimorchione, nella sua urgenza di rendersi simpatico cominciò a chiamarci per nome. Vi risparmio il resto. Fui Danielina alle interrogazioni, a mensa, per la bidella e persino per i supplenti che rimanevano solo una settimana. Non avevo scampo, bastava che la gente mi guardasse perchè decretasse il mio epiteto.
La cosa più divertente era che la mia migliore amica di allora, che si chiamava Claudia, veniva chiamata Claudiona. Per chi legge questo blog da quando è nato, tengo a precisare che si tratta di colei che si è trombata per un anno l'uomo che amavo senza dirmi niente. Ora, ovviamente, non è più mia amica. Ma all'epoca il nostro connubio onomastico era una chiara espressione del nostro rapporto: Ona usurpava Ina e la sua vita, si ergeva sulle mie rovine, aveva intuito il mio problema e ne approfittava, aveva bisogno di una spalla per farsi protagonista e nulla era più adatto di un diminutivo per farlo.
All'università le cose migliorarono: l'ambiente era così impersonale che anche un diminutivo sembrava troppo confidenziale. Tuttavia in ogni occasione di relazione umana il problema si ripresentava. Cominciai a farmi delle domande: da cosa dipendeva?
Sono minuta fisicamente, senza dubbio. 1,60 x 45 chili (42 d'inverno) possono giustificare un'Ina, anche se conosco molte ragazze più bassine e più magroline di me. Ho la vocina da bimba, qualcuno mi disse. Poteva dipendere anche da questo. Tuttavia non ero del tutto convinta.
Proprio in quel periodo di riflessioni ci fu un episodio che confermò i miei dubbi: all'epoca ascoltavo sempre Radio Rock Italia, una propaggine di Radio Rock nata da non molti anni. Ero così fissata che conoscevo ormai tutte le dj e spesso scrivevo sms per richiedere la mia musica preferita. Ovviamente le dj non conoscevano me: non mi avevano mai visto nè avevano mai sentito la mia voce. L'unica cosa che potevano sapere di me si ricavava dagli sms, che firmavo rigorosamente DANIELA. Ma negli sms richiedevo solo canzoni.
Una volta richiesi una canzone di De Andrè, non ricordo quale. Al microfono c'era una certa Ottavia, me lo ricordo ancora. Lesse i messaggi come al suo solito e quando arrivò il mio turno mise la canzone richiesta. Finito il brano, disse il mio nome. Il nome che avevo scritto sul messaggio era ovviamente Daniela. Ma lei non mi chiamò Daniela. Sì, è quello che pensate: mi chiamò Danielina! DA-NI-E-LI-NA.
Fu in quel momento che capii: non si tratta di essere magrolini, o bassini, o avere l'espressione dimessa, dolce, remissiva. Non si tratta della voce squillante. Si tratta della mia essenza, quel quid di cui, amato o odiato che sia, non posso fare a meno, semplicemente perchè è parte di me. Io sarò Danielina fino alla morte, e magari anche l'incisore della mia lapide aggiungerà per sbaglio -ma io saprò che non è uno sbaglio- quelle due lettere in più. Ce l'ho nel DNA, lo dicono le mie impronte digitali. Sono Danielina, ora e per tutti i secoli dei secoli.
P.S. Questo post è nato da un commento di Baol. Non vi dico niente, andate a leggere personalmente. Qui.
P.P.S. On Air La Cura, Franco Battiato







