mercoledì, luglio 23, 2008

Danielina


Ognuno nella vita ha una condanna. C'è ad esempio chi soffre sempre per amore, chi ha problemi economici, chi non riesce a trovare buoni amici. Ci sono condanne e condanne, di vari livelli come i gironi danteschi.

La mia condanna, una delle più persistenti in verità, nacque quand'ero bambina, il primo giorno di scuola, durante l'appello. La maestra ci chiamava con nome e cognome, imparando a conoscerci un po'. A sei anni è normale venire apostrofati col diminutivo, tuttavia ricordo bene che gli altri bambini erano Giulia, Sonia, Marco, Stefano, Federica. Io ero Danielina.
Nulla di male, tuttavia. Ero la più bassa e la più magra della classe, una ranocchietta: il diminutivo ci stava tutto. Nonostante ciò, mi sentii fremere dentro, una punta di indignazione alla quale non davo ancora un nome.

Nei 5 anni successivi le cose non cambiarono molto, e arrivai alla soglia degli undici anni con questo marchio impresso a fuoco sulla pelle. Sì, perchè io soffrivo di quel diminutivo. Pur senza averne coscienza, sentivo che mi relegava nel novero di un'esistenza a metà.
"Danielina" portava con sè la mia più grande paura, e il mio più grande problema: nessuno mi notava, la mia presenza era tutto fuorchè ingombrante, il mio ruolo, al massimo del suo concesso, poteva essere solo quello di spalla. Non esistevo, al di fuori di me stessa non ero nulla. Ma la mia interiorità era un gigante, motivo di più per voler mostrarsi. Se fossi stata alla pari del mio corpicino, se quello mi fosse bastato, forse non avrei avuto tanto astio dentro. Ma io urlavo per uscire, e non potevo farlo, perchè ero sempre e soltanto Danielina.

Andai alle medie e la situazione peggiorò. Ebbi la sfortuna di trovare un professore di educazione tecnica bello, simpatico, intelligente e brillante, di cui mi innamorai all'istante; lui, che forse aveva percepito la mia adorazione per lui, la ricambiava, ma come un padre vuole bene alla propria figlioletta. Non era quello che volevo, ma lui non lo sapeva: mi prendeva in braccio, mi cullava, mi riempiva di baci paterni. Stessa cosa accadde col mio compagno di banco, per cui presi una cotta spaventosa: nessuno poteva vedere in me qualcosa di diverso dalla Danielina che sembravo.

Negli stessi anni ebbi la malaugurata idea di iscrivermi a un corso di danza classica: lì nessuno mi conosceva, non avevo un retaggio che mi pesasse sulle spalle. Potevo essere chiunque.
Ma una condanna è una condanna: sin dalla prima lezione, l'insegnante mi apostrofò con l'odiato diminutivo, a cui nessuno, e dico NESSUNO, osò ribellarsi, tantomeno io: la mia sofferenza me la portavo nelle viscere, dall'esterno non traspariva nulla.
Per la cronaca dopo dieci anni ritornai a iscrivermi lì, con la stessa insegnante: appena mi vide mi riconobbe subito, mi abbracciò, e mi chiamò Danielina. A 10 come a 20 anni non c'era alcuna differenza.

Anche l'estate, quando andavo in vacanza, il gruppo di amici nel quale cominciavo a integrarmi non ebbe molta fantasia. Non c'erano alternative? Nessuno mi chiamò mai in modo diverso. Quando poi capitava malauguratamente che ci fosse nel gruppo un'altra Daniela, non c'erano mai dubbi su chi fosse Daniela e chi Danielina. Cominciai a maledire i miei genitori per avermi affibbiato quel nome così facile ad essere stravolto. Ma la colpa non era la loro.

Arrivò il liceo e almeno lì i professori mi chiamavano per cognome. Altra cosa che odiavo, ma potevo lasciare spazio al dubbio. Mi cullai nell'illusione per qualche mese, fino a quando il prof. di storia, fighetto lampadato e rimorchione, nella sua urgenza di rendersi simpatico cominciò a chiamarci per nome. Vi risparmio il resto. Fui Danielina alle interrogazioni, a mensa, per la bidella e persino per i supplenti che rimanevano solo una settimana. Non avevo scampo, bastava che la gente mi guardasse perchè decretasse il mio epiteto.

La cosa più divertente era che la mia migliore amica di allora, che si chiamava Claudia, veniva chiamata Claudiona. Per chi legge questo blog da quando è nato, tengo a precisare che si tratta di colei che si è trombata per un anno l'uomo che amavo senza dirmi niente. Ora, ovviamente, non è più mia amica. Ma all'epoca il nostro connubio onomastico era una chiara espressione del nostro rapporto: Ona usurpava Ina e la sua vita, si ergeva sulle mie rovine, aveva intuito il mio problema e ne approfittava, aveva bisogno di una spalla per farsi protagonista e nulla era più adatto di un diminutivo per farlo.

All'università le cose migliorarono: l'ambiente era così impersonale che anche un diminutivo sembrava troppo confidenziale. Tuttavia in ogni occasione di relazione umana il problema si ripresentava. Cominciai a farmi delle domande: da cosa dipendeva?
Sono minuta fisicamente, senza dubbio. 1,60 x 45 chili (42 d'inverno) possono giustificare un'Ina, anche se conosco molte ragazze più bassine e più magroline di me. Ho la vocina da bimba, qualcuno mi disse. Poteva dipendere anche da questo. Tuttavia non ero del tutto convinta.

Proprio in quel periodo di riflessioni ci fu un episodio che confermò i miei dubbi: all'epoca ascoltavo sempre Radio Rock Italia, una propaggine di Radio Rock nata da non molti anni. Ero così fissata che conoscevo ormai tutte le dj e spesso scrivevo sms per richiedere la mia musica preferita. Ovviamente le dj non conoscevano me: non mi avevano mai visto nè avevano mai sentito la mia voce. L'unica cosa che potevano sapere di me si ricavava dagli sms, che firmavo rigorosamente DANIELA. Ma negli sms richiedevo solo canzoni.

Una volta richiesi una canzone di De Andrè, non ricordo quale. Al microfono c'era una certa Ottavia, me lo ricordo ancora. Lesse i messaggi come al suo solito e quando arrivò il mio turno mise la canzone richiesta. Finito il brano, disse il mio nome. Il nome che avevo scritto sul messaggio era ovviamente Daniela. Ma lei non mi chiamò Daniela. Sì, è quello che pensate: mi chiamò Danielina! DA-NI-E-LI-NA.

Fu in quel momento che capii: non si tratta di essere magrolini, o bassini, o avere l'espressione dimessa, dolce, remissiva. Non si tratta della voce squillante. Si tratta della mia essenza, quel quid di cui, amato o odiato che sia, non posso fare a meno, semplicemente perchè è parte di me. Io sarò Danielina fino alla morte, e magari anche l'incisore della mia lapide aggiungerà per sbaglio -ma io saprò che non è uno sbaglio- quelle due lettere in più. Ce l'ho nel DNA, lo dicono le mie impronte digitali. Sono Danielina, ora e per tutti i secoli dei secoli.

P.S. Questo post è nato da un commento di Baol. Non vi dico niente, andate a leggere personalmente. Qui.

P.P.S. On Air La Cura, Franco Battiato

lunedì, luglio 14, 2008

IL POTERE DELLA MUTANDA




Nella vita di ogni donna, dai 12 agli 80 anni circa, c'è un'attrazione fatale per la biancheria intima. C'è chi la ammette, chi la nega, e c'è chi francamente se ne frega (per citare il buon Max), ma nella mia esperienza non esiste donna che al mattino, appena sveglia, non si ponga il problema di cosa indossare. La biancheria è il primo strato, quello a contatto con la pelle, che condiziona e decide tutto il resto. Se la mutanda è stretta non sarà una buona giornata. Se è triste, rovinata, consumata, trasmetterà il suo malessere a tutti gli strati successivi. Se è scomoda farà pensare troppo a sé, e troppo poco al resto.

Poi c'è giornata e giornata. C'è quella adatta al pizzo sexy e alla trasparenza, quella che si accontenta del cotone profumato, quella fatta apposta per le imbottiture mirate.

La biancheria non si dovrebbe mai indossare a caso. Un giorno qualcuno disse che i colori dell'intimo influenzano incredibilmente l'umore e la psiche. Dovrebbero chiamarla mutanda-terapia, e fare i corsi a pagamento. Mi iscriverei sicuramente.


Io non ho un buon rapporto con l'intimo, forse perché non ho un buon rapporto col mio corpo. La mia è una potente forma di schizofrenia, che si esplica in due comportamenti assolutamente opposti e contraddittori: passo ore ed ore nei negozi di intimo a guardare ammirata completini sexy, stravedo per ogni tipo di mutandina, dallo slip alla brasiliana al tanga al perizoma, guardo con attenzione ogni tipologia di reggiseno per scoprire quale mi stia meglio, e infine, ahimè, compro. Sepolti nei cassetti ho un numero imprecisato di culottes, balconcini, abbinamenti sexy, pizzi, seta, e poi canottiere con spallina stretta, larga, oltre a body, top, e potrei continuare per ore.

Beh, la maggior parte di queste cose NON L'HO MAI INDOSSATA.


Qualcuno giustamente si chiederà il perché. Non lo so. O meglio, ogni volta che indosso qualcosa di “prezioso” mi sento a disagio. Infastidita. Goffa nei movimenti, che già sono abbastanza goffi. Un piccolo folletto, uno scarabocchio su cui hanno cucito qualcosa di bello, che non mi appartiene. E allora cosa faccio? Indosso delle tristissime, orrende mutande nere di una taglia più grande della mia, che mi stanno ovviamente enormi e che farebbero scappare a gambe levate anche un serial killer maniaco e violentatore.


Ogni tanto passo dei periodi di contestazione. Scendo in piazza contro me stessa, alzo tutte le bandiere e mi impongo di indossare le belle cose che ho comprato. All'inizio va bene, mi sento finalmente donna, all'altezza della mia femminilità e cammino a testa alta fiera di ciò che mi copre il sedere. Dura al massimo una settimana, anzi, una settimana è stato il mio record. Pian piano il sorriso scompare dal mio volto, le fibre di tessuto premono contro il mio corpo, che diventa gradualmente insofferente. A questo punto immancabilmente rinuncio all'impresa e vengo riammessa nel girone delle perdenti. Ma io tiro un sospiro di sollievo.


Ora, pensavo che questa situazione non avrebbe mai avuto una soluzione e che il mio ragazzo si sarebbe rassegnato a vedere mutandoni della nonna e reggiseni sformati per tutto il tempo delegato alla nostra unione, quando improvvisamente accade il miracolo. Il miracolo della mutanda.


Girovagavo per il web, affetta dalla sindrome del guardone, che consiste nell'osservare maniacalmente le modelle di intimo, chiedendomi “Perché io no?”, quando all'improvviso la mia attenzione viene catturata da una marca di intimo di cui non avevo mai sentito parlare.

Spiman, si chiama, e da lì a visitare il sito il passo è breve. Vengo letteralmente risucchiata: ci sono collezioni di ogni tipo, dalla sexy alla sportiva alla vedo/non vedo, ci sono completini colorati, allegri, femminili ma non troppo. E' un colpo di fulmine: li sento, per così dire, alla mia portata. Sono MIEI.


Avete presente il colpo di fulmine? Ma non quello tutto fumo e niente arrosto, che brucia in qualche giorno; il colpo di fulmine di quando si capisce di aver trovato l'uomo della propria vita, o la mutanda della propria vita, il che non è poi così diverso.


Io ho provato una sensazione simile. Ma potevo sbagliare, in fondo ho sbagliato così spesso. Tuttavia il richiamo era troppo forte e ho deciso di scrivergli una mail. In questo modo è incredibilmente iniziata una collaborazione tra ME, lo scarabocchio coi mutandoni alla Bridget Jones e l'armadio zeppo di lingerie di marca, e LORO, gli angeli custodi della Spiman. Mi hanno detto solo “Provaci, e poi dicci cosa pensi”. Io ho detto sì, e da lì e cominciato tutto.


Ho spulciato ben bene il loro sito, verificato le mie misure, che non capisco mai quali siano, grazie a una efficientissima tabella che mi sono tatuata nel cervelletto, e infine ho scelto dal catalogo le cose che più mi piacevano. La collezione Camyla è la mia preferita, perché è discreta e armoniosa, elegante e giovanile. E' quella che più mi assomiglia, del resto Camilla è uno dei miei nomi preferiti e la camelia uno dei fiori più evocativi che conosca. D'ora in poi chiamatemi Signora Delle Camyle. :-)


Dopo tre giorni gli indumenti scelti erano a casa mia in simpatiche confezioni omaggio. Gli angeli custodi mi hanno regalato uno scatolone di biancheria, che, a vederla, la depressione latente ha fatto dietrofront in un istante. Completini di tutti i colori, canottiere, perizoma, mutandine, tutto ciò che una donna può sognare era lì, tutto insieme, come mai l'avevo visto prima. E tutto era così... mio. Questa è la parola giusta.


Ma c'era lo scoglio più grande da affrontare: indossare, camminare, vivere avvolta da cose belle e non consunte. Avere la forza di sentirsi degna. Perché, cari miei, dietro un completino intimo c'è tutto il mio negato, rifiutato, odiato e temuto. Non è cosa da poco.


E mentre d'inverno ci si copre, ci si nasconde, si va in letargo, e le mie forme diventano troppo sottili e inesistenti, con l'estate è il trionfo della visibilità: mi viene un po' di seno, riprendo qualche chilo, da bambina mi faccio donna e ho paura di farmi notare. Per questo, e solo per questo, il nero triste e rovinato mi dà sollievo. Per questo è più facile non curarsi che volersi bene.


Però, c'è un però. E questo però si chiama Spiman: se avessi saputo che dietro sei lettere si nascondeva la soluzione a tutti i miei mali! A volte la vita è un percorso strano, una mutanda ti fa capire che qualcosa è cambiato. Ma andiamo per ordine.


Dopo essermi ripresa dall'emozione, procedo alla prova-biancheria. Invoco tutto il mio coraggio e decido di indossare. Quello che accade dopo ha dell'incredibile, incredibile perché completamente nuovo nella mia vita: mi dimentico di avere addosso qualcosa di diverso dalla mia biancheria-spazzatura. Sto a mio agio, comoda, non c'è nessun elastico che mi sega la pancia, la coppa del reggiseno è perfetta, i miei movimenti aggraziati senza impaccio. La sera, quando mi spoglio, mi stupisco nel vedere l'evidenza: la mutanda è lì, intorno al mio corpo, e ci sta pure bene. Riesco ad essere “carina” senza sentirmi a disagio. Il reggiseno avvolge senza far pressione. La canottiera è morbida come una piuma.


Il giorno dopo, stessa sensazione, di misura, equilibrio, piacevolezza. Davvero sta succedendo a me? La cosa si ripete per tutti i giorni seguenti, senza cadute. Come un tossico che si accorge di non avere più bisogno del metadone, così io posso finalmente rinunciare ai miei stracci di Linus, e non ho rimpianti.

A questo punto c'è solo una cosa da dire: il dio Spiman ha resuscitato i morti.




On Air, Morgan, Altrove

martedì, luglio 01, 2008

Dove arriva quel cespuglio


Arredare una casa o una stanza è une delle cose che più me la fanno sentire mia. Due anni fa ho cambiato la mia camera che era la stessa di quando ero bambina... non esagero dicendo che è stato un momento di crescita interiore, come se la nuova stanza rispecchiasse anche le novità occorse nel mio animo.
Uno spazio esterno fatto a nostra immagine spesso ci aiuta a renderci conto di chi siamo, di come siamo diventati, e ci stimola nell'espressione. Uno scrittore non sarebbe lo stesso senza la sua scrivania.
Per molti anni ho vissuto in uno spazio che non mi somigliava nemmeno un po', nel quale facevo fatica persino a sentirmi io. Sono una persona estremamente ordinata, ma in quel periodo ero caotica e confusionaria: dentro quella gabbia non c'era bisogno di decifrare pensieri, ma solo di andare avanti come meglio si poteva. Fin quando un piccolo incidente ha illuminato la mia realtà.

Frequentavo un ragazzo da nemmeno un mese. O meglio, frequentavo non è la parola giusta, passavamo ore e ore al telefono durante le quali lui non faceva che riempirmi di complimenti e adulazioni. Era un amico di un'amica, mi veniva dietro da tempo ma solo da poco aveva cominciato a interessarmi. Eravamo usciti un paio di volte, ma già si sentiva nell'aria la tensione del contatto.

Quella sera sapevo sarebbe stata "la sera"; ma non sapevo nient'altro, e nient'altro volevo sapere. Ci incontriamo verso mezzanotte, facciamo un giro al Gianicolo, e poi ci chiudiamo in macchina. La situazione degenera rapidamente e io penso che quei sedili non sono molto comodi. Visto che lui abitava ad Ostia, gli propongo di andare da me. E così fu.

Ricordo ancora il momento in cui ho girato la chiave nella toppa, ricordo la strana sensazione di aver fatto entrare un ragazzo nel mio guscio, fino ad allora inaccessibile per essere condiviso con tutta la famiglia (che era in vacanza altrove); e infine ricordo la sua espressione delusa nel vedere un posto che si aspettava completamente diverso.

Aveva ragione, e io non mi sono mai vergognata come allora. Non era una brutta stanza, ma non era "mia". Come mi era venuto in mente di invitarlo lì? Cosa avrei potuto aspettarmi da quella notte?

Inutile dire che tutto andò malissimo, da ogni punto di vista. L'eccitazione che ci aveva avvolto fino a poco prima scomparve in pochi secondi, lui cadde addormentato tra le mie braccia su un minuscolo letto a una piazza su cui campeggiavano ornamenti che nemmeno voglio ricordare; una scrivania oberata di libri ci guardò insistentemente per tutta la notte urlando al fallimento; e la mattina dopo ritrovammo un po' di coinvolgimento che durò il minimo indispensabile. Lui scappò in tempo da record, lasciandomi con l'amara sensazione di aver sbagliato tutto.

Di certo non era l'uomo della mia vita, e non ho nessun rimpianto; ma forse avrei potuto uscirne a testa alta, se non avessi fatto quell'errore. Gli sbagli e le bruttezze della vita si devono condividere soltanto con chi sceglie di rimanere. Lui si defilò senza nemmeno un ripensamento, dopo mesi e mesi di corteggiamento.

Io feci passare l'estate, e poi andai in un negozio di arredamento. Almeno a qualcosa è servita, la sua vigliaccheria. Adesso ho la stanza più bella che potessi desiderare. Ma lui non la vedrà mai.

On Air, David Bowie, Starman