lunedì, novembre 10, 2008

La mia panchina


I bambini hanno una grande capacità, quella di fare magie.
Nessuno come loro sa trasformare un piccolo parco in un castello, una bicicletta in un cavallo, una mamma nella regina del mondo. E niente rimane nella memoria come i luoghi che hanno avuto questo privilegio, quello di cambiare forma, colore, consistenza secondo il gioco in cui sono impiegati.

Io ho una casa al mare, così in prossimità della costa che per vedere il mare basta affacciarsi alla finestra, e per sdraiarsi sulla sabbia non è necessario fare più di cento passi dalla porta.
Davanti casa c'è un giardinetto con un grande pino che getta la sua ombra ovunque; un tempo a quel pino stava attaccata l'altalena, e sopra l'altalena, a cavallo dei due rami più grossi, qualche trave inchiodata senza arte si fingeva una piccola casa in cui non sono entrata mai.
Oltre il giardino, e perpendicolare ad esso, c'è un vialetto circondato di piante sempreverdi che sbocca su un viale più grande. E su quel viale, al confine tra la casa e il mare, circondata da due oleandri che vedo sempre fioriti, c'è la panchina.

La panchina ha l'articolo determinativo avanti a sé: sospetto però che sia un nome proprio, (nel qual caso andrebbe scritto con la P maiuscola) e che l'articolo se lo sia messo solo per darsi un tono. Non saprei dire quale colore avesse in origine, né ricordo bene i suoi dettagli. Adesso è scrostata, marcita un po' ovunque, e sopra ci camminano sciami di formiche nere, quelle grandi, che a vederle dall'alto sembrano delle frecce da seguire, briciole di Pollicino che indicano il sentiero per tornare a casa.

Sulla panchina c'è posto per tutti, ma non tutti amano sedercisi sopra. Le foglie dell'oleandro la nascondono un po' alla vista, così che quando si sta sospesi su di lei si vola a due spanne da terra. La mia panchina poi, è capace di far dimenticare quello che non merita un posto tra i ricordi.

Durante la mattina sulla panchina si siede sempre una donna con i capelli ricci, il sorriso grande e l'aria un po' sperduta. Cammina appoggiandosi a un grande girello di acciaio, che sostiene i suoi passi allo stesso modo in cui la panchina sostiene i suoi pensieri. Sono pensieri pesanti, non basta una sdraio sulla spiaggia per loro. Sono i pensieri di chi ha dimenticato come si pensa, sono affollati, intricati, gassosi, e cercano la panchina per farsi abbracciare, proteggere, illuminare. C'è chi dice che la signora passa ore ed ore seduta lì, a parlare da sola, a muovere la larga bocca sorridente senza un interlocutore: ma io sospetto che sia la panchina a parlare, e la donna a rispondere; credo anzi di aver spiato indispettita e gelosa la loro confidenza ritrovata.

Verso mezzogiorno alla panchina si avvicina una coppia di ragazzi. Ogni giorno mi stupisco nel vederli, perché sembrano così adulti, anche se non hanno nemmeno la metà dei miei anni. Credo succeda perché li osservo dal basso, con gli occhi della bambina che è cresciuta giocherellando lì intorno. I ragazzetti si avvicinano esitanti, imbarazzati, o forse è mio l'imbarazzo di saperli complici e innamorati. Sanno che la panchina è il loro posto segreto, sanno che seduti lì sopra possono concedersi ciò che altrove non avrebbero osato; e diventano invisibili agli occhi di tutti, tranne che ai miei, che sulla panchina ci sono cresciuta. Quando li vedo una punta d'invidia e di nostalgia si impossessa di me: anch'io ho dato lì il mio primo bacio, lì ho riposato dopo una lunga corsa, lì ho mangiato barattoli di nutella con le amiche mentre cercavo in una stella cadente i desideri che non sapevo di avere.

Sulla panchina si riposano i pescatori dopo una giornata di lavoro. Ci si fermano appena, un attimo a contemplare il sole che cade, a mangiare un panino, o a riavvolgere le lenze. Lasciano attorno a sé un odore di sale e di vento, che resta solo qualche secondo e poi viene trascinato via; è l'odore di chi non ha dimora, di chi è di passaggio, di chi conosce soltanto il saluto.

Qualche ragazzo ci ha scritto sopra parole che gli graffiavano l'anima, di nascosto, vergognandosi un po'. Per farlo ha scrostato la vernice verde, ha inciso il legno, ha rubato un'idea. Alla panchina non è dispiaciuto, si è fatta vecchia, brutta, ha perso il suo colore, ma non la capacità di accogliere gli altri. Sa bene che saper accogliere significa saper accogliere qualunque cosa, anche un insulto, anche un dolore.

Verso le sette di sera, quando i raggi del sole danno tregua e si ha voglia di guardare il giorno che si trasforma, alla panchina si dirigono tre piccole, anziane signore. Si siedono un po' scomode, facendosi posto sul legno leggero. Una di loro si appoggia in pizzo in pizzo, come a non voler occupare troppo spazio, come ad aver paura di disturbare; sembra che stia per cadere, e invece rimane lì, ferma, in equilibrio sul suo bacino grande eppure delicato. Ha una voce trasparente, di bambina, e come una bambina sa stupirsi del colore del cielo o del volo di una libellula. Conversano poco le tre donne, non hanno necessità di parole; in bilico tra il cielo e la terra, sono poche le cose di cui si ha veramente bisogno.

Sulla panchina si accovacciano poi i primi abitanti del quartiere, con lo sguardo felino e la coda che penzola nel vuoto, le zampine davanti agli occhi a coprire la luce del sole che ne rende oblique le pupille, il pelo morbido e setoso che aderisce alla superficie dura come alla rete di un letto.
Quando invece hanno voglia di ombra che ristori, la panchina gliela offre volentieri, cullandoli col suono delle cicale che amoreggiano tra gli oleandri rigogliosi. Sulla panchina c'è sempre musica, di quella che si percepisce appena, che fa chiudere gli occhi, come i sogni senza confini di chi sta per cadere nel sonno, di chi ha bisogno di sogni.

Davanti alla panchina c'è una distesa d'erba più gialla che verde, che conduce al mare. In pochi minuti è possibile andare da una sponda all'altra, dalla terra alla spiaggia, dal prato all'acqua del mare. Dalla panchina si vede fino alla discesa, che scivola tutta d'un tratto verso la sabbia gialla, e il blu in lontananza sembra inaccessibile, come i colori dell'arcobaleno.

Scendere dalla panchina è come scendere a terra da una barca: un senso di frastornamento e confusione, la difficoltà di conciliare l'aria e la terra, lo spirito e la materia; il passo che inciampa, le ali che si fanno piedi: non ho mai visto nessuno riprendere senza esitazione il proprio cammino, nessuno evitare di volgersi a guardarla da lontano come si fa prima di ogni partenza.

Esistono tanti modi di viaggiare, e io non so se sono veramente capace di farlo: ma non mi sono mai sentita più veloce, più in movimento, come quando sono ferma, sospesa tra il cielo e la terra, tra il verde e il blu, sulla mia panchina.

Sulla panchina di tutti.


P.S. Questo racconto è stato scritto per il concorso indetto dal blog "Leggendo leggendo" di Paola.

P.P.S. On air "L'uomo del faro" di Andrea Mirò. Avrei voluto mettere "Vite parallele" visto che ha a che vedere con le panchine... ma non l'ho trovata da nessuna parte.